L’appartamento odorava di caffè appena fatto e mobili vecchi, un profumo che Marina ricordava dai primi giorni con Andrey, allora rassicurante, ora irritante. Al citofono la voce di Valentina Petrovna arrivò come sempre prima che bussasse: Marina sospirò, aprì e la trovò già in casa, come se fosse regina. La suocera parlava senza sosta: bambini di Lubka senza luce, tre figli, frigorifero pieno, e lei seduta lì, sola, a risparmiare energia. Marina offrì caffè, la donna accettò e cominciò subito a rimproverarla per lo spazio dell’appartamento, i soldi, la carriera, accusandola di egoismo. Quando Marina dichiarò che non ci sarebbero stati figli, la suocera la attaccò ancora di più, sostenendo che Andrey era dalla sua parte. Marina rise amaramente, e Andrey apparve come spettatore, incapace di proteggerla. La tensione esplose: lei disse che se Lubka doveva vivere lì, non era affare suo, ma del marito e della suocera; lui tentava di mediare, ma lei lo accusò di obbedire alla madre. I toni si alzarono, le accuse e i rancori si sovrapposero, fino al punto in cui Marina prese una decisione netta: voleva separarsi, mantenere la sua casa, difendere i propri spazi e la propria autonomia. Andrey e Valentina rimasero sconvolti, lei era ferma, determinata. Loro se ne andarono; Marina rimase sola, sentendosi libera per la prima volta da tempo, un misto di sollievo e amarezza. Quando Lubka chiamò, Marina ribadì il rifiuto, chiuse il telefono e si rese conto che finalmente era padrona della propria vita, e questa libertà, per quanto dolorosa, valeva tutto.
«Sei egoista! Tre bambini per strada e tu in un appartamento di tre stanze!» urlò mia suocera mentre preparavo le sue cose.