Sofia aveva otto anni e una voce così piccola che, quando salì sul palco, il teatro sembrò trattenere il respiro.
Davanti a lei c’erano centinaia di persone. Ma i suoi occhi cercavano solo una cosa: la sedia vuota in prima fila. Sopra c’era un mazzolino di fiori legato con un nastro bianco.
Quella sedia era per sua madre.
Prima di ammalarsi, le aveva promesso: “Qualunque cosa accada, io ti ascolterò sempre.” Sofia ci aveva creduto. Per questo, quando iniziò a cantare, non guardò il pubblico. Cantò verso quella sedia.
La sua voce tremava, poi diventò chiara. Ogni parola sembrava uscire da un punto fragile del cuore. In platea, una donna si coprì la bocca. Un uomo abbassò lo sguardo. Persino chi non conosceva Sofia sentì che quella non era una semplice canzone.
Era un addio.
Quando arrivò all’ultima strofa, la porta in fondo alla sala si aprì piano. Una luce fredda entrò nel buio del teatro. Sofia smise per un istante di respirare.
Sulla soglia c’era suo padre.
Era arrivato tardi, con il cappotto ancora bagnato dalla pioggia e gli occhi pieni di colpa. Dopo la morte della moglie, si era chiuso nel silenzio, lasciando Sofia sola con il suo dolore. Ma quella sera aveva trovato il coraggio di tornare.
La bambina finì la canzone con le lacrime sul viso. Nessuno applaudì subito. Poi il teatro esplose in un applauso lungo, caldo, infinito.
Sofia scese dal palco. Il padre si inginocchiò davanti a lei e sussurrò: “Mi dispiace. Da oggi non ti lascio più cantare da sola.”
Lei non disse nulla. Gli mise tra le mani il mazzolino della madre e lo abbracciò forte.
Quella sera la sedia rimase vuota, ma Sofia non si sentì più sola.