Quando mia figlia di sei anni guardò Adriano Conti, il miliardario più temuto della nostra azienda, e disse: «Sei troppo bello per stare da solo. Dovresti essere il mio papà», ero certa che la mia carriera fosse finita.
Invece Adriano scoppiò a ridere.
Avevo portato Mia in ufficio solo perché la babysitter aveva avuto un’emergenza. Le avevo ordinato di restare nel mio studio mentre partecipavo a una riunione, ma diciotto minuti dopo la trovai nel corridoio direzionale, proprio davanti al mio capo.
Adriano si accovacciò davanti a lei.
«Perché pensi che dovrei diventare il tuo papà?»
Mia smise improvvisamente di sorridere.
Strinse il suo elefantino di peluche e disse piano: «Perché la mamma piange quando pensa che dormo. Dice che deve essere forte da sola. E quando ha paura, guarda sempre le email del lavoro perché dice che almeno lì sa cosa fare.»
Sentii il viso bruciare.
Nessuno in azienda sapeva quanto fosse stato difficile crescere Mia da sola dopo che suo padre ci aveva abbandonate.
Adriano non rise più.
Mi guardò e disse semplicemente: «Non devi spiegarmi nulla.»
Pensavo che l’incidente sarebbe finito lì. Invece, nelle settimane successive, Adriano cominciò a trattarmi diversamente: non con favoritismi, ma con una gentilezza che non avevo mai visto in lui. Scoprì che adorava ascoltare le assurde domande di Mia e che lei era l’unica persona capace di farlo ridere durante una giornata impossibile.
Mesi dopo, quando finalmente mi invitò a cena, Mia gli aprì la porta.
«Allora?» domandò seria. «Hai deciso?»
Adriano sorrise.
«Prima devo convincere tua madre.»
Quella volta fui io a ridere.
Un anno dopo, mentre Adriano metteva un anello al mio dito, Mia applaudì soddisfatta.
«Ve l’avevo detto», dichiarò. «Avevo ragione fin dall’inizio.»