Tre donne si contendevano il boss mafioso più temuto di Chicago. Io mi alzai e me ne andai
Tre donne si stavano praticamente contendendo l’attenzione del boss mafioso più temuto di Chicago, ma io feci l’unica cosa che nessuno si aspettava.
Mi alzai e me ne andai.
Non sapevo che Lorenzo Duca avesse smesso di ascoltare tutte le persone intorno a lui nel momento esatto in cui si rese conto che non avevo nessuna intenzione di voltarmi.
Quel pomeriggio la spiaggia privata del Lakeview Resort, poco fuori Chicago, era affollata.
C’erano imprenditori, politici, modelle, avvocati e persone abbastanza ricche da fingere di non essere impressionate da nessuno.
Poi arrivò Lorenzo.
Le conversazioni si abbassarono di tono quasi contemporaneamente.
Due uomini in abito scuro lo seguivano a pochi passi di distanza.
Il personale del resort si raddrizzò immediatamente.
Persino il direttore uscì personalmente per salutarlo.
Tutti conoscevano Lorenzo Duca.
Trentotto anni.
Ricchissimo.
Terribilmente affascinante.
Ufficialmente possedeva alberghi, società immobiliari e una catena di ristoranti.
I giornali lo chiamavano imprenditore.
Chicago usava una parola diversa.
Mafia.
Io ero lì perché la mia migliore amica, Sofia, lavorava nell’organizzazione di eventi del resort e aveva insistito perché partecipassi alla festa.
«Hai bisogno di uscire», mi aveva detto.
Avevo appena chiuso una relazione di quattro anni con un uomo che aveva trascorso metà del tempo a spiegarmi come avrei dovuto vestirmi, parlare e comportarmi.
Perciò quella sera non avevo alcuna intenzione di impressionare nessuno.
Indossavo un semplice vestito bordeaux, sandali bassi e quasi nessun trucco.
Quando Lorenzo arrivò, naturalmente lo notai.
Era impossibile non farlo.
Ma notare un uomo e trasformarsi in una concorrente erano due cose completamente diverse.
Nel giro di cinque minuti, tre donne si avvicinarono al suo tavolo.
La prima era una modella che si presentò come se lui le avesse chiesto il nome.
La seconda rideva troppo forte a ogni sua frase.
La terza si sedette così vicina che il suo ginocchio quasi sfiorava il suo.
Sofia mi diede una gomitata.
«Amelia. Sta guardando da questa parte.»
Guardai Lorenzo per mezzo secondo.
Poi tornai al mio bicchiere.
«E quindi?»
Sofia spalancò gli occhi.
«Dovresti andare a parlargli.»
«Perché?»
«Perché è Lorenzo Duca.»
Sospirai.
Quella risposta diceva tutto.
Avevo già visto troppe volte quel genere di spettacolo.
Entrava un uomo potente e improvvisamente donne bellissime cominciavano a parlare più piano, sorridere di più e sistemarsi i capelli.
Io non ne avevo voglia.
Così mi alzai.
«Dove vai?» chiese Sofia.
«A camminare.»
«Adesso?»
«Sì.»
Mi tolsi i sandali e iniziai a percorrere la riva a piedi nudi.
Nessuna uscita drammatica.
Nessuno sguardo indietro.
Preferivo il rumore dell’acqua a quello delle persone che cercavano disperatamente di impressionare un uomo abituato a essere adorato.
Quello che non sapevo era che Lorenzo mi stava già osservando.
Più tardi avrei scoperto che inizialmente aveva notato il mio vestito.
Poi il mio viso.
Poi qualcosa che gli era sembrato molto più interessante.
Io non stavo facendo niente per lui.
Al suo arrivo, tutti intorno a lui erano cambiati.
Io no.
E quando tre donne gli si erano avvicinate, io avevo fatto l’esatto contrario.
Una delle guardie del corpo si avvicinò.
«Capo.»
Lorenzo alzò una mano.
«No.»
I suoi occhi rimasero fissi sulla mia schiena.
Una delle donne al suo tavolo gli toccò il braccio.
«Lorenzo?»
Lui non la guardò nemmeno.
«Chi è lei?» domandò.
La guardia seguì il suo sguardo.
«Non lo so.»
«Scoprilo.»
Io non sapevo nulla di tutto questo.
Avevo quasi raggiunto la parte più tranquilla della spiaggia quando sentii qualcuno avvicinarsi.
Mi voltai.
Uno degli uomini in abito scuro era a pochi metri da me.
«Signorina?»
«Sì?»
«Il signor Duca vorrebbe offrirle qualcosa da bere.»
Guardai oltre la sua spalla.
Lorenzo era ancora seduto al suo tavolo.
«Ringrazialo, ma no.»
L’uomo sembrò perplesso.
«No?»
«Esatto.»
«Posso chiedere perché?»
Sorrisi.
«Perché se vuole parlarmi, può venire lui.»
L’uomo mi fissò per un secondo, poi tornò indietro.
Pensai che fosse finita lì.
Invece, meno di due minuti dopo, udii una voce alle mie spalle.
«Di solito le persone non mandano indietro Matteo.»
Mi voltai.
Lorenzo Duca era lì.
Da vicino era ancora più impressionante.
Ma ciò che mi colpì davvero furono i suoi occhi.
Freddi, attenti.
Abituati a vedere la gente obbedire.
«Forse Matteo è abituato a persone diverse da me», dissi.
L’angolo della bocca di Lorenzo si sollevò.
«Amelia Rossi.»
Mi irrigidii.
«Hai già scoperto il mio nome.»
«Sono efficiente.»
«È inquietante.»
Questa volta sorrise davvero.
«Ti offro almeno una passeggiata?»
Guardai l’acqua.
«Quella è gratis.»
Camminammo per quasi venti minuti.
Mi aspettavo arroganza.
Invece Lorenzo mi fece domande.
Sul mio lavoro.
Sui libri che leggevo.
Sul perché avessi lasciato la festa.
Gli raccontai che lavoravo come restauratrice d’arte e che detestavo le persone che confondevano ricchezza e personalità.
«Quindi non sei impressionata dai soldi.»
«Sono utili.»
«Dal potere?»
«Dipende da come viene usato.»
Quella risposta lo fece tacere.
Prima di separarci mi porse un biglietto.
C’era soltanto un numero.
«Se vuoi rivedermi.»
Lo presi.
«E se non volessi?»
«Allora avrò finalmente incontrato qualcuno a Chicago che sa dirmi di no.»
Non chiamai.
Passarono tre giorni.
Poi cinque.
Poi otto.
Al nono giorno, Lorenzo entrò nella piccola galleria dove lavoravo.
Il mio capo quasi fece cadere il telefono.
«Sei venuto a comprare un quadro?» chiesi.
«No.»
«Allora perché sei qui?»
«Perché hai perso il mio numero.»
«Non l’ho perso.»
«Ancora peggio.»
Risi.
Ed era esattamente ciò che lui voleva.
Cominciammo a vederci.
Non in ville private.
Non nei ristoranti dove tutti conoscevano il suo nome.
Preferivo piccoli caffè, librerie, passeggiate sul lungolago.
Lorenzo non era abituato a quella vita.
Ma sembrava apprezzarla.
Con me non poteva comprare la risposta giusta.
Non poteva ordinarmi di fidarmi.
Doveva guadagnarselo.
Dopo due mesi mi disse la verità.
Non tutta.
Ma abbastanza.
La sua famiglia era coinvolta in attività che io non volevo conoscere.
Suo padre aveva costruito un impero sporco.
Lorenzo ne aveva ereditato metà e trascorso anni cercando di trasformarlo in imprese legali.
«Non sono innocente», disse una sera.
«Non te l’ho mai chiesto.»
«Dovresti.»
«Ti sto chiedendo una cosa diversa.»
«Quale?»
«Chi vuoi essere da adesso in poi?»
Quella domanda cambiò tutto.
Lorenzo iniziò a vendere attività che non potevano essere ripulite.
Licenziò uomini che lavoravano per suo padre da vent’anni.
Interruppe rapporti che gli avevano garantito protezione.
E naturalmente qualcuno non fu contento.
Uno di quegli uomini si chiamava Victor Salvi.
Era stato il braccio destro del padre di Lorenzo.
Quando capì che Lorenzo stava chiudendo definitivamente alcune operazioni illegali, decise che avrebbe preso il suo posto.
Una sera uscii dalla galleria e trovai una berlina nera parcheggiata davanti all’ingresso.
Un uomo abbassò il finestrino.
«Signorina Rossi.»
Mi fermai.
«Dica a Lorenzo che alcune tradizioni non possono essere cancellate.»
Il mio sangue si gelò.
«E dica anche che le persone che ama rendono un uomo vulnerabile.»
Il finestrino si chiuse.
La macchina partì.
Chiamai Lorenzo immediatamente.
Arrivò in meno di dieci minuti.
Quando gli raccontai tutto, il suo volto diventò quello dell’uomo di cui parlavano i giornali.
Freddo.
Pericoloso.
«Da questa sera avrai protezione.»
«No.»
«Amelia.»
«Non vivrò circondata da uomini armati.»
«Victor ti ha minacciata.»
«Allora risolvi il problema alla radice.»
Lorenzo mi guardò a lungo.
«Sai cosa significa?»
«Significa scegliere.»
Quella notte prese la decisione più importante della sua vita.
Invece di iniziare una guerra, consegnò alle autorità documenti che provavano anni di estorsioni, riciclaggio e corruzione gestiti da Victor e dai suoi uomini.
Documenti che Lorenzo aveva conservato proprio nel caso in cui un giorno avesse deciso di chiudere con il passato.
Tre settimane dopo, Victor Salvi fu arrestato insieme a sei complici.
Il nome di Lorenzo comparve su tutti i giornali.
Per alcuni era diventato un traditore.
Per altri un uomo d’affari che aveva collaborato con un’indagine federale.
Per me era semplicemente l’uomo che aveva finalmente scelto chi voleva essere.
Un anno dopo tornammo sulla stessa spiaggia dove ci eravamo incontrati.
Stesso lago.
Stesso resort.
Stessa sabbia.
Ma niente guardie del corpo.
Lorenzo indossava una camicia bianca con le maniche arrotolate.
Io ero scalza.
«Sai qual è la cosa più assurda?» mi chiese.
«Cosa?»
«Quella prima sera ero convinto che ti saresti voltata.»
«Perché?»
«Tutti lo facevano.»
«Io no.»
«Lo so.»
Prese qualcosa dalla tasca.
Un piccolo anello.
Lo guardai.
«Lorenzo…»
«Non ti chiederò di diventare parte del mio mondo.»
Fece una pausa.
«Ti sto chiedendo di costruirne uno nuovo con me.»
Quella volta non me ne andai.
Gli dissi di sì.
Due anni dopo Lorenzo vendette l’ultima società legata all’impero di suo padre.
Aprì una fondazione che finanziava programmi per ragazzi cresciuti nei quartieri controllati per anni da uomini come Victor.
Io continuai a lavorare nella mia galleria.
E ogni tanto qualcuno mi chiedeva come avevo fatto a conquistare Lorenzo Duca quando decine di donne avevano tentato per anni.
La risposta era sempre la stessa.
«Non ho mai cercato di conquistarlo.»
La verità era molto più semplice.
La prima volta che vidi Lorenzo Duca, tre donne stavano gareggiando per avere la sua attenzione.
Io decisi che non valeva la pena partecipare.
Mi alzai.
Mi tolsi le scarpe.
E me ne andai.
Fu proprio allora che l’uomo abituato ad avere tutti ai suoi piedi decise di seguire l’unica donna che gli aveva voltato le spalle.