«Nessuno riesce ad aprire questa maledetta cassaforte!»
La voce irritata di Riccardo Rinaldi risuonò sulla terrazza della sontuosa villa di famiglia, sulle colline vicino a Milano.
Davanti a lui si trovava un’enorme cassaforte antica, costruita in acciaio scuro e decorata con una piccola colomba di bronzo.
Intorno erano riuniti imprenditori, avvocati e membri del consiglio di amministrazione della Fondazione Rinaldi.
Tre esperti avevano già provato ad aprirla.
Nessuno ci era riuscito.
«Dovremo chiamare qualcuno che la tagli», suggerì Arturo Greco, direttore finanziario della fondazione.
In quel momento una voce giovane interruppe la conversazione.
«Non servirà.»
Tutti si voltarono.
All’ingresso della terrazza c’era un ragazzo di sedici anni, con jeans consumati, scarpe da ginnastica e una semplice camicia bianca.
Si chiamava Matteo Rinaldi.
«Perché questa è la cassaforte di mio padre», continuò. «E solo io posso aprirla.»
Riccardo, suo zio, scoppiò a ridere.
«Ragazzino, allontanati. Stiamo discutendo di questioni importanti.»
Matteo non rispose.
Attraversò lentamente la terrazza e si fermò davanti alla cassaforte.
Appoggiò la mano sulla colomba di bronzo.
Premette delicatamente una delle ali.
Si udì un leggero scatto.
Poi girò la maniglia nella sequenza che conosceva da bambino.
CLIC.
La porta si aprì.
Il silenzio fu assoluto.
Arturo impallidì.
Matteo guardò all’interno.
C’erano alcune fotografie di famiglia, un vecchio orologio e una cartella blu sigillata.
Sulla copertina erano scritte tre parole:
RISERVATO — REVISIONE FINANZIARIA.
Il ragazzo aprì la cartella.
Lesse la prima pagina.
Poi la seconda.
Il suo viso cambiò completamente.
Riccardo fece un passo avanti.
«Chiudi subito quel fascicolo!»
Matteo alzò gli occhi.
«Allora è questo che nascondevate a mio padre…»
Otto mesi prima, Alessandro Rinaldi, proprietario di un importante gruppo industriale, era stato colpito da un grave ictus.
Aveva sessantadue anni.
Dopo settimane in ospedale, era stato trasferito in un centro di riabilitazione.
Faticava ancora a parlare e non poteva occuparsi direttamente delle sue aziende.
Riccardo, suo fratello minore, aveva assunto temporaneamente la gestione della fondazione.
Aveva promesso di proteggere il patrimonio familiare e di occuparsi di Matteo.
Ma non aveva mantenuto nessuna delle due promesse.
Aveva licenziato diversi dipendenti fedeli ad Alessandro, bloccato molte spese della casa e mandato Matteo a vivere con sua nonna Teresa.
«Tuo padre non può più decidere», ripeteva.
Matteo, però, ricordava un altro uomo.
Ricordava il padre che lo portava ogni sabato nei laboratori dell’azienda.
L’uomo che gli insegnava a riparare vecchi orologi e che considerava la fondazione il progetto più importante della propria vita.
Quella fondazione finanziava cure e riabilitazione per bambini provenienti da famiglie senza mezzi.
Qualche giorno prima dell’ictus, Alessandro era apparso molto preoccupato.
Aveva mostrato a Matteo la vecchia cassaforte.
«Vedi questa colomba? L’ho fatta costruire quando sei nato.»
Poi gli aveva insegnato come aprirla.
«Ricorda una cosa, figliolo: quando tutti ti dicono di ignorare qualcosa, è proprio allora che devi cercare la verità.»
Matteo non aveva mai dimenticato quelle parole.
Ora comprendeva perché suo padre fosse stato così inquieto.
Nella cartella blu erano raccolti bonifici, contratti e comunicazioni interne.
Secondo quei documenti, Riccardo e Arturo avevano sottratto quasi quattro milioni di euro destinati al centro di riabilitazione infantile.
Il denaro era stato trasferito a società riconducibili a persone vicine ai due dirigenti.
C’era anche una bozza di vendita dell’edificio del centro a un’impresa immobiliare.
Sul documento figurava una firma attribuita ad Alessandro.
Ma Matteo riconobbe subito che non era autentica.
Suo padre firmava sempre la lettera iniziale con un tratto particolare.
Lì quel tratto mancava.
La cartella conteneva inoltre una relazione preparata da una revisora indipendente che aveva scoperto le irregolarità poco prima dell’ictus.