— Fai quello che vuoi, ma entro stasera le cose che tua sorella mi ha rubato devono essere tornate a casa! Altrimenti… allora non preoccuparti più di tornare a casa! Vai a vivere con tua sorella!

Per qualche secondo la linea si riempì di un silenzio denso, pesante, in cui si sentiva solo il brusio lontano di un ufficio. Poi la voce incerta di Maxim, distorta dall’altoparlante, ruppe l’attesa.

«Olya, forse ti sbagli? Ma di che cosa stai parlando?»

Olga stava al centro della camera da letto, immersa in una luce mattutina indifferente. Lo sguardo era fisso sul portagioie aperto sul comò. Legno scuro intagliato, regalo di Maxim per il loro primo anniversario. Il velluto rosso all’interno mostrava due spazi vuoti e crudeli: là dove, fino a ieri mattina, giacevano una sottile catenina d’oro con ciondolo a goccia e i piccoli orecchini a perno. Non si sbagliava. Aveva indossato quegli orecchini quasi senza interruzione; solo ieri, per la prima volta dopo un mese, li aveva rimessi nella scatola. Ricordava ogni dettaglio.

«Non mi sbaglio,» disse con voce piatta e fredda come il metallo. Nessun panico, solo furia gelida e controllata. «La mia catenina è sparita. E anche gli orecchini. Quelli che ci regalò tua madre al matrimonio.»

«Magari li hai messi da un’altra parte? Sai com’è, a volte si fa tutto in automatico…»

«No, Maxim.» Lo interruppe di colpo, senza lasciargli concludere quella scusa assurda. Le dita si serrarono intorno al telefono. «Non li ho spostati. E non è tutto. Ricordi la boccetta di Chanel che mi hai portato dal viaggio di lavoro? Sparita anche quella. L’avevo appena scartata ieri. E per finire: cinquemila rubli dal mio portafoglio nell’ingresso. Una sola banconota. Ieri in casa c’era una sola ospite. Tua sorella.»

Camminava per l’appartamento e ogni passo era come un colpo di martello sul feretro della loro vita tranquilla. Arrivò nell’ingresso, prese la borsa, aprì il portafoglio. Come in un esperimento forense. Piccole banconote, carte, e il vuoto esatto dove la sera prima stava un biglietto nuovo da cinquemila. Ricordò lo sguardo fugace di Lera verso la borsa, passando accanto al mobile. Un’occhiata che allora sembrava casuale, ora predatoria.

«Lera? Olya, ma dai, impossibile. Sì, è un po’ sventata e parla senza pensare, ma rubare… è troppo. Sei sicura che—»

«Ne è capace, Maxim. E l’ha fatto.» La sua voce si alzò in un tono tagliente e insopportabile. Lui non le credeva. Dubitava, cercava di proteggere la sorella. Nel suo tono non c’era desiderio di capire, ma di insabbiare, fingere che nulla fosse successo.

«Ha bevuto il mio tè, mi ha sorriso in faccia, e intanto spiava cosa poteva arraffare. Sapeva che non l’avrei controllata in casa mia.»

Si fermò alla finestra, guardando la città affannata là sotto. Gente che correva ignara mentre, in quell’appartamento, un mondo intero crollava. Non era questione di soldi né di oro. Era l’invasione sfacciata del suo spazio, uno sputo in faccia alla fiducia. E ora il marito, la persona più vicina, diventava complice di quello sputo rifiutandosi di vedere l’ovvio.

«La chiamo subito, ne parlo con lei…» mormorò lui, impotente.

«Fai come vuoi,» lo interruppe. La voce tornò fredda, limpida. Aveva preso una decisione. «Non mi servono le sue scuse. Non m’importa come ti muovi. O riporti qui le mie cose, oppure compra tutto nuovo, fino all’ultimo centesimo. Ma se stasera non sono al loro posto, non salire nemmeno a casa. Vai a vivere con la tua ladra. Scegli tu.»

Chiuse la chiamata senza aspettare risposta. La casa cadde nel silenzio. Ma non era il silenzio del vuoto: era quello di una corda tesa.

 

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