La chiave girò nella serratura e spinsi la porta, trascinando la valigia. La Turchia era stata tutto ciò che immaginavo: caldo, mare, buffet e Andrea sempre incollato al telefono sul lettino. Due settimane volarono, e ora eravamo a casa.
— Sveta, togli subito le scarpe — borbottò Andrea, alle prese con l’altra valigia.
Feci un passo e rimasi senza fiato. Lo specchio preferito, nella cornice di bronzo, era sparito. La consolle con i fiori finti anche.
— Andrea… guarda!
Corremmo in soggiorno. Il televisore c’era, il divano anche, ma il tavolino, il lampadario e soprattutto la mia poltrona verde in velluto, ordinata dall’Italia, erano spariti.
— Andrea… siamo stati derubati! — dissi tremando.
Lui mi fermò:
— Aspetta.
— Che cosa?! — corsi in camera. L’armadio era aperto: la mia pelliccia di visone, le borse Gucci e Prada, e i gioielli più preziosi erano spariti.
— Cosa sta succedendo? — tornai in soggiorno. Andrea abbassò lo sguardo e confessò:
— È stata Lena.
Lena, sua sorella minore, ventitré anni, sempre in prestito dai genitori. Andrea le aveva dato le chiavi per “aiutarci a liberare spazio”. E invece aveva venduto le mie cose online.
— Non ci posso credere — dissi, incredula. — Mia pelliccia, borse, poltrona… vendute per un quad?
— Sì… — disse Andrea, imbarazzato. — Ma restituirò tutto, comprerò nuovi oggetti.
— Con i tuoi soldi o con i miei?! — gridai. — Non voglio più vederti finché non risolvi tutto.
Andrea rimase in silenzio. Raccolse le sue cose e uscì. Io rimasi nella mia casa vuota, guardando le stanze spoglie. La perdita materiale era enorme, ma più grande era l’illusione che avessi sul matrimonio: rispetto e confini non garantiti.
Prese il telefono. Andrea aveva trovato un contatto di chi aveva comprato la pelliccia. Gli scrissi: “Va bene. Tu tratti, paghi e restituisci tutto prima di tornare.”
Spensi il telefono, respirai profondamente. La casa era vuota, ma libera. Un nuovo inizio era possibile. E Andrea avrebbe imparato, a caro prezzo, cosa significa rispettare i confini altrui.